Alzheimer e demenza senile
In genere il termine Alzheimer
caratterizza l’accelerazione della fisiologica e graduale riduzione
di sostanza cerebrale che si manifesta con gli anni. In giovane età
il peso medio del cervello è di circa
Dai 30 anni in poi comincia una graduale diminuzione del volume e
del peso cerebrale con variazioni modeste fino a 60 anni e più
significative negli anni successivi sino ad arrivare a riduzioni che
possono arrivare al 20% ovvero fino a
Con l’età quindi, si manifesta un’atrofia generalizzata e simmetrica
del cervello che induce una conseguente disfunzione cognitiva. Tale
grado di atrofia corticale, può essere presente anche in individui
intellettivamente normali. L’Alzheimer esagera questo normale
esordio e può manifestarsi in due forme: una a evoluzione più rapida
ed una ad evoluzione più lenta. Tuttavia, i disturbi connessi al
volume della massa cerebrale e alle sue disfunzioni, possono
insorgere sin dall’infanzia con conseguente presenza di disturbi del
comportamento, dell'apprendimento, atrofie muscolari o
manifestazioni epilettiche. Nell'età adulta ogni forma di demenza
comporta anche disturbi del movimento.
Le demenze possono anche originarsi in seguito a danni della
circolazione sanguigna di origine vascolare con conseguente danno
anatomico della sostanza cerebrale, tale occorrenza prende il nome
di demenza multinfartuale con deficit cognitivo progressivo.
Tuttavia le manifestazioni cliniche possono variare a seconda della
localizzazione e dal numero degli infarti. Infine ricordiamo come
alcune demenze possono anche avere origine da intossicazioni come ad
esempio nell’alcolismo cronico che induce una precoce atrofia della
materia cerebrale con modesti deficit cognitivi e mnestici oppure
nell’intossicazione dovuta a massiccia esposizione a metalli pesanti
come il piombo, in questi casi i quadri clinici sono caratterizzati
da deterioramento mentale, alterazioni del carattere e disturbi
mnestici.
Il management dell'anziano sofferente
Le problematiche inerenti la gestione dell’individuo colpito da
affezioni cerebrali hanno un origine antica ed erano già conosciute
sin dai tempi freudiani con gli studi sulla “demenza praecox”.
Ancora oggi, nonostante gli innegabili progressi farmacologici, si è
ancora lontani dalla loro completa risoluzione. Non di rado il
familiare più stretto dell’anziano affetto da tali disturbi, si deve
sobbarcare dell’onere fornire il primo supporto terapeutico e ciò
anche per il fatto che in Italia non vi sono sufficienti strutture
terapeutiche atte alla gestione di tutti gli anziani sofferenti.
Ogni progetto terapeutico ed assistenziale non può dunque
prescindere dalla considerazione del carico altamente stressante che
questa incombenza comporta per i familiari che si fanno carico
dell’anziano sofferente. Per questa ragione si assiste ad un
continuo proliferare di associazioni di parenti dei pazienti affetti
da Alzheimer, che forniscono supporto sia morale che informativo a
coloro che si prendono cura del paziente, si adoperano per
verificare i problemi ed i bisogni che questa assistenza comporta.
Così, i problemi che più preoccupano i familiari del demente sono
diversi da quelli che generalmente il medico prende in
considerazione o comunque hanno un significato diverso, generalmente
più pratico oltre clic emozionale; essi si preoccupano infatti
dell'incontinenza del paziente, dei rischi a cui può andare
incontro o che può provocare, dei problemi pratici di assistenza, ed
i loro bisogni sono essenzialmente quelli legati allo stress indotto
da un'attività prolungata e poco gratificante (necessità di turni di
riposo, di partecipazione ad attività gratificanti, magari
extradomestiche, di aiuto nelle faccende domestiche, di poter
contare su strutture assistenziali che possano farsi carico del
paziente magari per periodi limitati di tempo, di avere maggiori
informazioni sulle modalità di cura e di assistenza, di poter
comunicare con persone che hanno lo stesso problema, ecc..)
I problemi più gravi della demenza secondo i familiari
Recentemente sono anche apparse pubblicazioni rivolte ai familiari
dei dementi nelle quali si illustra la malattia e si forniscono
suggerimenti sia circa le modificazioni da apportare all'ambiente
fisico in cui vive il paziente sia riguardo al comportamento più
adeguato da tenere con lui. -Anche in ambito istituzionale la cura e
l'assistenza del demente dovrebbe prevedere la presenza di uno staff
di persone pienamente coscienti dell'importanza del loro ruolo,
allenate alla tolleranza verso comportamenti noiosi e distruttivi,
educate a svolgere un ruolo di incoraggiamento attivo nello
svolgimento delle attività della vita quotidiana (igiene personale,
abbigliamento, alimentazione...). L'ambiente stesso dovrebbe essere
strutturato in modo da essere sicuro, confortevole, pulito,
esteticamente piacevole e organizzato in modo tale da consentire sia
un adeguato livello di privacy che l'interazione con gli altri.
Nel management del paziente non deve essere trascurata, infine, la
riabilitazione. Gli sforzi riabilitativi devono tendere a ridurre,
per quanto possibile, il gap tra il livello attuale di funzione
psichica, psicologica e sociale e le reali capacità funzionali, e ad
ottenere miglioramenti della psicomotricità, dell'umore,
dell'attenzione. della memoria, dell'autocoscienza e della
partecipazione sociale.
In un'ottica psicologica e sociale, sono stati proposti alcuni
approcci terapeutici che privilegiano il livello comportamentale e
relazionale; tra questi vogliamo ricorda- re la reality orientation
therapy e la reminiscence therapy, che è in parte basata sulla RO.
Tutte e due le terapie si propongono come obbiettivi principali il
recupero di alcuni semplici schemi di relazione, il miglioramento
della cooperazione nelle attività sociali, il tentativo di
recuperare, per quanto possibile, una relazione con il inondo;
queste tecniche sono primariamente rivolte alle persone dementi in
stato confusionale ma vengono anche applicate in fasi cliniche di
relativo compenso.
Con la RO si cerca di ri-orientare il soggetto attraverso stimoli
rappresentati da giornali, fotografie personali e di ambienti,
strumenti per misurare il tempo, e sottoponendo il soggetto anche a
stimolazioni tattili, gustative, olfattorie.
La reminiscence therapy utilizza materiale audio e video ed ogni
altro materiale documentario riguardante la biografia del paziente.
Sono state anche proposte tecniche di training psicosensoriale che
mirano a coinvolgere l'individuo mediante stimolazioni che dalla
persona si sviluppano nella direzione del contesto socio-familiare e
tempo-spaziale. L'efficacia di queste modalità terapeutiche è
discretamente documentata per quanto riguarda il loro impiego nelle
fasi di scompenso; mancano invece studi controllati, peraltro di
difficile esecuzione, per quanto riguarda le fasi di stato ed in
particolare sull'influenza che questi trattamenti hanno sul decorso
della patologia demenziale, soprattutto in confronto alle terapie
mediche.
Comunque da evitare è il purtroppo frequente atteggiamento di
rassegnazione terapeutica: a questo proposito, vale la pena di
ricordare che Alexander Luria, a chi gli chiedeva che cosa si
potesse fare per un paziente che aveva perduto la memoria e che «si
comportava in maniera così incoerente da far dimenticare che potesse
conservare un'anima», rispose: «poiché neurologicamente non si può
fare nulla, trattatelo come una persona»
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